Prosegue il percorso discografico ed espressivo di AlCe, progetto musicale nato dalla sensibilità e dalla ricerca di Alessio Ceciarini, cantautore, autore e polistrumentista indipendente di Massarosa. Dopo aver esplorato le tappe dell’evoluzione personale nel precedente singolo Pinocchio, l’artista toscano torna in rotazione radiofonica e sulle piattaforme digitali con un nuovo capitolo: “Il labirinto di Pinocchio”.
Con questa ballata d’autore dall’anima indie pop e dalle calde sfumature soul, AlCe sposta la lente d’ingrandimento dall’esterno all’interno dell’individuo. Il labirinto, figura simbolica per eccellenza, cessa di rappresentare soltanto la complessità del mondo circostante per trasformarsi nello spazio intimo in cui prendono forma le domande fondamentali della vita: il significato profondo dell’amore, la ricerca della propria realizzazione e la sincera libertà di essere se stessi nel rispetto di sé e degli altri. Senza la pretesa di offrire risposte precostituite, il brano invita ad abitare il dubbio con curiosità e gentilezza, accompagnando l’ascoltatore lungo un cammino dinamico che trova il suo punto d’arrivo nella semplice ed essenziale esortazione finale: “Sognati. Amati.”
In questa intervista approfondiamo insieme ad Alessio Ceciarini la genesi del brano, la sua struttura sonora in continua crescita evolutiva e il modo in cui la sua musica si intreccia costantemente con la scrittura, l’impegno civile e la ricerca interiore.
“Il labirinto di Pinocchio” nasce come un seguito concettuale del tuo precedente brano dedicato alla figura di Pinocchio: in che modo si è evoluto questo racconto e cosa rappresenta per te la metafora del “labirinto”?
Rispetto al precedente brano incentrato su una dimensione più esterna, legata agli aspetti ecologici e sociali legati alla figura di Pinocchio, con questo nuovo singolo il racconto compie un passo ulteriore, inoltrandosi in una fase profondamente esistenziale. Emergono così interrogativi urgenti, quelli che motivano e guidano le nostre azioni quotidiane. Oltre alle simbologie classiche, il labirinto rappresenta qui l’essenza stessa della scelta: ci pone di fronte all’interrogativo fondamentale su quale direzione intraprendere e da che parte stare. È un percorso che a volte, inevitabilmente, conduce a un vicolo cieco, costringendoci a fare un passo indietro e a ritornare al punto di partenza, rimettendo in discussione le nostre convinzioni più profonde per trovare una nuova consapevolezza.
Nel brano le domande rimangono aperte, senza la pretesa di dare risposte definitive: quanto conta per te l’uso del dubbio come strumento di consapevolezza all’interno della tua scrittura?
Il dubbio rappresenta una componente imprescindibile e fondamentale per qualsiasi tipo di scrittura. Percepire il dubbio significa confrontarsi con una difficoltà, ed è proprio da quel momento di incertezza che prende il via una storia e si delinea una nuova strada da percorrere all’interno del labirinto. Accettare di non avere risposte preconfezionate permette di mantenere viva la ricerca interiore e di dare autenticità al racconto.
Dal punto di vista musicale, la canzone parte da un’atmosfera intima e sospesa per poi crescere gradualmente fino a diventare un canto corale: come si è sviluppato il lavoro sull’arrangiamento per rispecchiare questa evoluzione emotiva?
È una cifra stilistica che utilizzo spesso, sviluppata insieme al mio amico e collaboratore Piero Pellicanò. L’approccio iniziale è pensato per avvicinare l’ascoltatore con delicatezza, utilizzando pochi strumenti essenziali, perché partire urlando potrebbe farlo allontanare. Man mano che la narrazione procede, la storia si fa sempre più intensa e il tessuto sonoro si arricchisce di nuovi suoni e arrangiamenti, fino ad aprirsi e quasi esplodere nella parte finale, assumendo una vera e propria funzione catartica.
La tua produzione unisce la canzone d’autore a influenze indie pop, sfumature soul e spunti folk o etnici: come si integra questa varietà di ascolti nel tuo modo di comporre?
Nel mio modo di fare musica confluiscono passioni diverse: amo le chitarre, i fiati, gli strumenti etnici e le sonorità ambient e originali che è possibile ricavare dalle tastiere. Mettendo insieme tutti questi frammenti sonori prende forma una sorta di “macedonia” musicale. È un mix di influenze differenti che si fondono spontaneamente, con la speranza che questa varietà cromatica e timbrica possa arrivare e piacere a chi ascolta.
Oltre alla musica, il tuo percorso comprende la scrittura letteraria, la saggistica e la pratica del Nada Yoga: in che misura queste differenti esperienze influenzano la tua visione dell’arte e il tuo modo di fare musica?
Queste diverse esperienze si compenetrano in modo naturale, al punto che probabilmente l’una non esisterebbe senza l’altra. L’essere umano è una totalità composta da tante sfaccettature, e il risultato artistico finale riflette proprio questa natura unitaria ma al tempo stesso olistica, in cui ogni linguaggio espressivo dialoga con gli altri.