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STEPHEN DIRTIED (ex The Rusted Silence): «Il rock reale resiste al tempo. La nostra storia tra caos, sperimentazione e rinascita»

Ci sono storie nel rock che non seguono le regole classiche della promozione o le dinamiche tradizionali del mercato. Storie che nascono nell’ombra, crescono attraverso lunghi periodi di silenzio, si frammentano in mille rivoli creativi e poi riemergono con la forza intrinseca della propria identità. Quella di STEPHEN DIRTIED — progetto storico conosciuto nei suoi capitoli precedenti come Steven Errayne & The Rusted Silence — è un’epopea musicale complessa, dolorosa e affascinante, che attraversa quasi quarant’anni di evoluzioni sonore: dai germi folk/acoustic del finire degli anni ’80 al grunge, dal doom rock all’elettronica sommersa, fino al recente ritorno alle sonorità dark e sinfoniche.

In occasione della pubblicazione del nuovo singolo Dead Men Talk When The Fire’s Gone, abbiamo incontrato STEFANO REHO (classe 1976, mente del progetto, autore di testi e musiche e chitarrista) per ripercorrere passo dopo passo una cronistoria fatta di dischi cult, sessioni notturne, tensioni interne, rinascite e una visione purista del suono reale.

1. Purismo, software e l’equivoco della contemporaneità

In una delle tue prime dichiarazioni avevi parlato della necessità di “adeguarti alla contemporaneità” per resistere alle difficoltà storiche del rock. Letta così, la frase poteva far pensare a un compromesso con le mode del momento. È davvero questo il senso della tua ricerca sonora?

No, assolutamente no. Ci tengo a chiarirlo: resto un purista del rock e mi oppongo fermamente alla modernizzazione intesa come sostituzione totale del suono reale con la tecnologia. In un determinato periodo della mia carriera ho fatto uso di software, DAW e plugin non certo per rincorrere una moda passeggera, ma per pura necessità logistica ed economica. Non avevo una band fissa e non potevo permettermi turnisti o vocalists a ingaggio continuo. In quel contesto, quegli strumenti tecnologici rappresentavano l’unico mezzo per continuare a scrivere, produrre e dare forma alle mie idee. Ma pur avendoli sperimentati, per me il suono reale e l’impatto analogico restano un’altra cosa.

2. 1987–1990: La preistoria, la sigla SD e gli EP acustici

Prima ancora dell’uscita dei primi album ufficiali, esiste una fase “preistorica” tra il 1987 e il 1990 in cui il nome della band non esisteva ancora. È un periodo enigmatico, segnato dal nome “SD”, dai Cursed 27J e da due EP folk. Che atmosfera si respirava in quegli anni?

Tra il 1987 e il 1990 il progetto era ancora in una fase estremamente embrionale. Per quanto mi riguarda, il mio coinvolgimento diretto nella collaborazione è iniziato dal 1991, seppur da lontano e per corrispondenza. Gli EP acustici di fine anni ’80, 1st Act e 2nd Act, appartenevano in realtà ai singoli componenti, come SD, oppure a nuclei molto ristretti del gruppo — vale a dire alcuni ex membri dei Cursed 27J: Punkster Blake, Algebrik Gypsy Tanned, ShyCracked e KantIsFreak. All’epoca non furono accreditati all’intera band. Le prime collaborazioni sono nate in modo molto indiretto: la prima line-up l’ho conosciuta soprattutto tramite informazioni di amici e musicisti che avevano partecipato a quel progetto. Solo molti anni dopo, nei primi anni 2020, ho ripreso e rivisitato quei brani, dando loro una nuova forma e un nuovo contesto, anche sotto pseudonimo o stage name.

3. 1991–1992: L’esordio, Burnt Teeth, Club of Lame e il caos delle origini

L’inizio degli anni ’90 segna l’arrivo dei primi due lavori di lunga durata: Burnt Teeth (1991) e Club of Lame (1992). Sono due dischi molto diversi, quasi speculari. Com’era la vita interna alla band durante quelle sessioni?

Il biennio 1991-1992 è stato l’animo oscuro e pulsante delle nostre origini. Quando registrammo Burnt Teeth nel 1991, il progetto ruotava attorno alla figura di Steven Errayne e il moniker The Rusted Silence non veniva ancora usato in modo sistematico. Si trattava di un laboratorio privato con vari ospiti e voci alternate.

L’atmosfera di quel disco — cruda, spigolosa, con un mix volutamente non rifinito — rifletteva la vita sregolata di quel periodo. Un mix febbrile di noise, proto-grunge, industrial e doom rock. Brani come Shot in the Dark (feat. Nostalgic…) o la psichedelia deviata di Psychedelic Hell (con Isla Hexshade e i cori delle DRAB-GIRLS) nascevano da lunghe e disordinate jam session tra la chitarra di Filthy No Name, il basso essenziale di Lemon Me e le batterie irrequiete di Absent Richardd Employee, sulle quali venivano stesi testi scritti di getto in una notte e incisi in una o due take.

Con Club of Lame (1992) il nome The Rusted Silence diventò ufficiale e la formazione si stabilizzò. Il suono si fece più melodico, accostandosi all’acoustic rock, al soft grunge e all’alternative d’ispirazione onirica, pur mantenendo momenti più duri come Motors’ Race o Bar Fight. C’era un approccio da studio più consapevole, favorito anche dal contributo vocale di Lola Ryders. Ma sotto la superficie continuavano a scorrere tensioni umane e personali che da lì a poco avrebbero bloccato l’attività del gruppo.

4. 1993–2001: Gli “anni vuoti”, le difficoltà personali e la desolazione di Umbra

Dopo Club of Lame segue quasi un decennio di silenzio discografico fino all’uscita del mini-album Umbra nel 2001. Cosa è successo davvero in quegli “anni vuoti”?

Tra il 1993 e il 2001 la band si è ritirata in un lungo limbo. Non ci sono stati album nuovi, ma dietro le quinte c’era molta turbolenza: sbandamenti, discussioni accese in sala prove, sogni di organizzare tour o trovare una distribuzione che svanivano per mancanza di strutture o dei contatti giusti.

Tra il 1999 e il 2001 abbiamo attraversato una fase molto intensa e complessa, che finì per riflettersi direttamente nell’album Umbra. Le conseguenze personali dell’esperienza di Perugia, conclusa definitivamente a fine 1998, non tardarono a farsi sentire: già all’inizio del 2001 emerse una condizione emotiva cupa che segnò profondamente l’atmosfera del disco. Proprio in quel periodo, tra il 2000 e il 2001, durante un viaggio di due giorni verso Cesena e Rimini insieme a un amico molto informato sull’ambiente musicale, vennero scritti due o tre testi che sarebbero poi confluiti nell’album. Pur nascendo in un contesto estivo e di movimento, quei testi portavano già dentro una tonalità malinconica e depressa, diventata poi uno dei tratti distintivi di Umbra. L’album venne infine scritto e completato a Lecce, nella sala prove privata di Steven Errayne & The Rusted Silence, prendendo la forma di quella miscela di introspezione, tristezza e atmosfere cupe che lo caratterizza.

5. 2002–2011: La lenta ricostruzione e l’energia di Visionaries II

Perché è stato necessario attendere fino al 2011 per vedere la pubblicazione di Visionaries II?

La ricostruzione dopo Umbra è stata estremamente lenta. La formazione continuava a cambiare e le risorse erano ridotte. Abbiamo ripreso in mano vecchi nastri e idee scritte alla fine degli anni ’90 per assemblarle progressivamente. Con il miglioramento delle condizioni personali e psicologiche verso la fine degli anni 2000, anche l’energia creativa è cambiata: Visionaries II è infatti un disco decisamente più energico, duro e diretto, con una forte matrice hard rock e crossover. È stato realizzato in gran parte a distanza, recuperando demo storici e registrando parti separate. Purtroppo, la tournée promozionale prevista per il 2012 è saltata per problemi organizzativi, portando il gruppo a un nuovo, pesante stallo.

6. 2006–2025: La parentesi elettronica, le pubblicazioni rare e il ritorno alle origini

Nel corso degli anni 2000 e 2010 la band sembra essersi polverizzata in una fitta serie di uscite soliste ed elettroniche, fino al recente cambio di nome. Come si colloca questa immensa produzione nel vostro percorso?

A partire dal maxi-singolo Distant Hope (2006) e poi tra il 2009 e il 2016, molti componenti del nucleo storico si sono immersi nella sperimentazione elettronica. Sono nati così album come Auralithic (2009), The Atheism… (2014), 4976 (2015), 666 Ritual (2016) e vari EP. Si trattava di uscite molto private, stampate in tirature limitatissime o distribuite in modo frammentato su scala internazionale (alcune solo in Asia, altre in Europa o su specifiche piattaforme streaming), diventando col tempo vere e proprie rarità per collezionisti.

Dopo una breve parentesi new rock tra il 2018 e il 2019, dal 2020 abbiamo avvertito l’esigenza di tornare alle sonorità classic ed hard rock, riannodando i fili con la nostra matrice originale e preparando il terreno per il nuovo corso.

7. 2026: Dead Men Talk When The Fire’s Gone e il futuro

Il 2026 segna il definitivo cambio di ragione sociale in STEPHEN DIRTIED e l’uscita del nuovo singolo Dead Men Talk When The Fire’s Gone. Che cosa rappresenta questo brano?

Dead Men Talk When The Fire’s Gone è un pezzo symphonic e dark rock. Rappresenta la chiusura ideale di un lungo ciclo legato all’alternative rock per aprirne uno del tutto nuovo. È un brano denso e drammatico, che anticipa le atmosfere del nuovo album in studio previsto per l’inizio del 2027. È la dimostrazione che, nonostante i decenni, le pause e le difficoltà, il fuoco della creazione musicale non si è mai spento.

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