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Faro X e la voce delle coscienze stanche: il nuovo singolo ‘Siamo Macchine’ scuote il panorama indie-pop

Music-Alive ha il piacere di ospitare Faro X, nome d’arte di Ciro Faro, cantautore nato a Pompei e cresciuto artisticamente tra le influenze partenopee e le atmosfere di Verona, sua città d’adozione.

Il suo nuovo brano, “Siamo Macchine”, è molto più di una canzone: è uno specchio lucido del nostro tempo, un manifesto emotivo che fotografa il disagio contemporaneo fatto di social, lavoro precario, iperconnessione e perdita d’identità. Con un sound che unisce la malinconia cantautorale alle sfumature indie-pop, Faro X ci invita a fermarci, a riflettere, a riscoprire l’essenza di ciò che siamo.

Il testo, firmato dallo stesso artista insieme a Giacomo Cordioli (anche compositore, produttore e tecnico del suono), è un viaggio lucido tra alienazione, emotività repressa e la necessità urgente di “darsi un tempo”, in un mondo che corre senza meta.

La voce di Faro X, intima e intensa, vibra come un allarme gentile che scuote e consola. Il singolo rappresenta un nuovo tassello della sua evoluzione artistica, dopo anni di studio, gavetta e palchi calcati tra piano-bar, saggi e festival, fino alla recente finale del “Festival Voci d’Oro 2023”.

Con “Siamo Macchine”, Faro X non si limita a raccontare il presente, ma propone un invito silenzioso alla consapevolezza. E lo fa con la sincerità di chi ha imparato a cantare prima ancora di parlare.

Il titolo del tuo brano, “Siamo Macchine”, è fortemente evocativo. Cosa ti ha spinto a scrivere questa canzone e qual è stato il momento preciso in cui hai capito che dovevi darle vita?

Avevo in mente di scrivere questa canzone già lo scorso anno. Tra impegni di lavoro e vita privata, ascoltando anche le storie di alcune persone che conosco, ho iniziato a riflettere su certi temi. Poi, seguendo anche le notizie sull’intelligenza artificiale – sempre più presente nei telegiornali e nei fatti di cronaca – mi è venuto spontaneo mettere giù qualche parola al computer. Così, giorno dopo giorno, è nata questa canzone. Sentivo davvero l’esigenza di farlo, e ho capito che era arrivato il momento giusto per dare vita a questo nuovo ‘capolavoro’.

Nel testo parli di una società che corre, non ascolta, vive in loop. Quanto c’è di autobiografico in questa visione e quanto invece è uno sguardo più universale?

C’è sicuramente qualcosa di autobiografico, ma in generale la canzone parla del mondo di oggi e di quanto siano cambiate le cose rispetto agli anni ’90 e 2000, a partire dalla tecnologia. Una volta non avevamo i cellulari o le chiavette USB per ascoltare la musica, eppure ci divertivamo lo stesso, forse anche di più. Le cose rotte cercavamo di aggiustarle, come i nastri che uscivano dalle cassette audio o dalle VHS. E questo valeva anche per le relazioni amorose: se qualcosa non funzionava, si cercava di riparare. Oggi invece, basta poco per mandare tutto all’aria. Un blocco su WhatsApp, e finisce tutto, come se nulla fosse.

Il brano ha un forte impatto emotivo ma mantiene una struttura musicale morbida. Come hai lavorato insieme a Giacomo Cordioli per bilanciare testo e sonorità?

Io e Giacomo lavoriamo a distanza: lui è di Verona, ma da qualche anno vive in Spagna. Io registro tutto da casa, nella mia cameretta, con il mio microfono. Lui mi dà dei consigli su come registrare, sui volumi da tenere, e così via… Ma poi è lui a occuparsi della parte musicale: si occupa della produzione, del mix e del master del brano. Appena ha tempo, si dedica al resto del lavoro. Io registro le mie parti, le invio via mail, e lui completa tutto il processo.

Nella tua biografia emerge un percorso fatto di passione, studio e tenacia. Come hai vissuto la tua crescita artistica, e in cosa senti di essere cambiato rispetto agli inizi?

Anche se ho seguito per cinque anni un corso di canto a casa di un’insegnante, è strano da dire… ma oggi canto meglio di allora! Lo diceva anche Laura Pausini in un’intervista: i corsi di canto ti insegnano la tecnica, l’intonazione, ma l’espressione, quella parte profonda che hai dentro, va oltre gli studi. Se dentro di te sei sereno, se hai un lavoro, persone che ti vogliono bene e senti di aver realizzato qualcosa nella vita, allora automaticamente canti meglio.

Dal Sud al Nord, da Pompei a Verona: quanto la tua geografia personale ha influenzato il tuo modo di scrivere e vivere la musica?

Sono nato a Pompei, ma in realtà ho sempre vissuto a Verona: mi ci sono trasferito quando avevo appena un anno, perché i miei genitori avevano trovato lavoro qui. Sicuramente tra le due città ci sono stili di vita molto diversi. Forse, se fossi rimasto nella mia città natale, avrei scritto solo canzoni d’amore o in stile neomelodico… Invece, sono felice del percorso che ho fatto. Mi sento più portato a scrivere di temi sociali e attuali, che riguardano il nostro Paese.

Se potessi far ascoltare “Siamo Macchine” a una sola persona al mondo per cambiarne la prospettiva sulla vita moderna, chi sarebbe e perché?

Bella domanda… In realtà non c’è una sola persona, perché questo brano parla a tanti. Una canzone non può cambiare il mondo, ma può sicuramente smuovere alcune coscienze. Proprio per questo non c’è un destinatario preciso, perché ‘Siamo Macchine’ è un brano che si rivolge in generale al mondo di oggi. Ma se proprio dovessi scegliere una sola persona a cui farlo ascoltare, direi un mio ex datore di lavoro.

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