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“Le onde di Aràs”: l’immaginazione come rifugio emotivo — intervista a 4Grigio

Con “Le onde di Aràs”, 4Grigio prosegue un percorso artistico coerente e profondamente introspettivo. Il nuovo singolo si muove tra atmosfere sospese e una scrittura che privilegia la dimensione interiore, esplorando il confine sottile tra realtà e immaginazione. Al centro del brano troviamo una storia d’amore mai dichiarata, nata e sviluppata esclusivamente nello spazio digitale, ma capace di assumere una forza emotiva concreta.

La narrazione si costruisce attraverso immagini evocative e simboliche, come quella dello “specchio dentro a uno specchio”, che diventa chiave di lettura dell’intero racconto. Musicalmente, il brano sceglie la via della sottrazione: un arrangiamento essenziale, guidato dal fingerpicking acustico e da una voce intima e controllata.

La produzione, realizzata in home studio, rafforza il senso di prossimità e raccoglimento, rendendo l’ascolto un’esperienza quasi privata. In questa intervista, approfondiamo il processo creativo e le riflessioni che hanno dato vita a questo nuovo capitolo.

“Le onde di Aràs” racconta un amore mai dichiarato e vissuto solo nella dimensione immaginata: da dove nasce l’idea di questo tipo di narrazione?


Da alcuni anni frequento delle community online, inclusa la mia, nelle quali ho conosciuto tante persone che mi hanno raccontato le loro storie. Ci sono tanti ragazzi e ragazze che si innamorano attraverso uno schermo. Alcuni di questi sentimenti sono ricambiati e, in certi casi, si sono trasformati in relazioni vere e proprie, nonostante a volte ci siano distanze geografiche importanti.
Spesso, però, si tratta di sentimenti che restano non detti. Succede per paura di un rifiuto, per l’impossibilità di incontrarsi in uno spazio fisico e perché la comunicazione online ha dei limiti che a volte creano un senso di vuoto e portano a chiudersi.
Mi interessava dare voce proprio a questo tipo di emozioni, a tutto quello che nasce ma non arriva mai a essere espresso. E allora si trasforma in una storia immaginata, che trova rifugio e si sviluppa nella mente, dove la fantasia prende il sopravvento e tutto diventa possibile.
Credo che molte di queste storie, anche se non sono mai emerse, meritino comunque di essere raccontate. Così ho voluto condensarle nel racconto di un amore immaginato, così vivido da sembrare reale.

Nel brano emerge il simbolo dello “specchio dentro a uno specchio”: come si è sviluppata questa immagine e che ruolo ha nel significato complessivo della canzone?


L’immagine dello “specchio dentro a uno specchio” nasce proprio dallo schermo del telefono. La persona che vediamo lì dentro è già, in un certo senso, una riproduzione: non è una presenza diretta, ma un’immagine, una versione mediata, quindi è già un primo riflesso. Allo stesso tempo, però, lo schermo è anche uno specchio vero e proprio e, se si spegne, possiamo vedere letteralmente il riflesso del nostro volto.
È da qui che nasce l’idea del “doppio riflesso”: da una parte quello dell’altro, dall’altra il nostro. Mi interessava questa sovrapposizione, perché racconta bene quello che succede nel brano: a un certo punto non è più così chiaro cosa stiamo guardando davvero e quanto invece stiamo proiettando. È lì che viene spontaneo chiedersi se la persona che sta monopolizzando le nostre giornate e i nostri pensieri sia davvero quella persona, oppure la nostra idea di chi sia.
Penso che i sentimenti che proviamo per qualcuno conosciuto attraverso uno schermo dicano spesso molto più di noi — del momento che stiamo attraversando e di quello di cui abbiamo bisogno — che della persona verso cui li proviamo. Il risultato è uno spazio in cui realtà e immaginazione iniziano a confondersi, fino a diventare difficili da distinguere.

In “Le onde di Aràs” sembra che l’immaginazione abbia più forza della realtà. È qualcosa che ti appartiene anche come autore?


Sì, in parte sì. Credo che l’immaginazione abbia una forza particolare, soprattutto quando qualcosa nella realtà resta incompiuto.
Nel brano, il fatto che questo sentimento non venga mai espresso lascia uno spazio aperto, e in quello spazio la mente può muoversi liberamente, senza limiti. È lì che l’immaginazione prende il sopravvento, perché non ha ostacoli reali con cui confrontarsi.
Allo stesso tempo, però, non la vedo come qualcosa di più “forte” della realtà, ma come qualcosa di diverso. È una dimensione che nasce proprio da quello che manca, da quello che non è successo. Realtà e immaginazione sono complementari: l’una ha bisogno dell’altra.
Come autore, mi interessa molto esplorare questo tipo di spazio, non tanto per raccontare quello che accade, ma quello che potrebbe accadere o che in qualche modo continua a esistere anche senza concretizzarsi.
È lì che, secondo me, si creano le immagini più forti.

Questo singolo si inserisce in un percorso artistico già definito: in che modo “Le onde di Aràs” rappresenta un’evoluzione rispetto ai tuoi lavori precedenti?


“Le onde di Aràs” si inserisce in una direzione che era già presente nei miei lavori precedenti, ma qui credo emerga in modo più definito. Rispetto ad altri brani, c’è una maggiore attenzione alla costruzione di uno spazio mentale, più che a una narrazione lineare: è meno “esterna” e più interna.
Nel testo mi interessava lavorare proprio su questa oscillazione. Da una parte c’è il racconto di quello che succede nella testa del protagonista, dove questo legame prende forma e diventa sempre più reale; dall’altra ci sono momenti di lucidità, in cui si rende conto che tutto questo esiste solo nella sua immaginazione.
È un equilibrio instabile, che cambia continuamente. Durante il giorno c’è una maggiore consapevolezza, mentre di notte, nel dormiveglia, questo mondo prende il sopravvento e diventa quasi tangibile. Si regge su ricordi inventati, su eventi che non sono mai accaduti, ma che nella mente iniziano ad avere lo stesso peso di quelli reali.
Credo che questo modo di raccontare rappresenti un passo in avanti nel mio percorso, perché mi ha portato a lavorare di più sulla dimensione interna delle cose, lasciando che fosse proprio quella a guidare sia il testo sia l’atmosfera del brano.

La scelta di un arrangiamento essenziale e senza picchi evidenti contribuisce molto all’atmosfera del pezzo: come hai lavorato per mantenere questa tensione emotiva costante?


La scelta di mantenere un arrangiamento essenziale è stata molto consapevole. Non volevo che ci fossero momenti di “sfogo” evidenti, perché il tipo di emozione che racconta il brano non funziona così: è qualcosa che resta sotto, che si muove in modo continuo, senza mai esplodere davvero.
Ho lavorato molto sulla sottrazione, togliendo invece che aggiungere, cercando di dare a ogni elemento uno spazio preciso senza riempire troppo.
Allo stesso tempo, mi interessava creare un contrasto. Il brano parla di qualcosa che nasce in un contesto digitale, ma il suono è volutamente molto organico, quasi tradizionale. Il fingerpicking acustico è diventato la base proprio per questo: è un suono fisico, diretto, che riporta tutto su un piano più umano. In un certo senso è come se la musica provasse a conferire tangibilità a qualcosa che nasce dentro uno schermo.
Più che costruire dei momenti, mi interessava accompagnare un flusso, come un pensiero che torna, si ripete e non trova mai una vera chiusura. La tensione, in questo senso, non nasce da un picco, ma dal fatto che qualcosa resta sempre in sospeso.

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