Incontrare Lucia Houston significa fare i conti con una forza della natura che ha trasformato la sofferenza in arte pura. A distanza di due anni dalla prima stesura del testo, l’artista torna con “Never Say Goodbye Again”, un brano intriso di sonorità Soul, Blues e Gospel con gli arrangiamenti e la co-direzione del video firmati da Massimo Passon.
Se con Damned Night ci si trovava a fare i conti con l’immortalità dell’amore di fronte alla morte, questo nuovo singolo affronta una sfida ancora più complessa: il dolore di una rottura avvenuta in vita, il tradimento degli affetti più cari e la scelta, coraggiosa e contromano, di far fluire i ricordi e perdonare se stessi per andare avanti liberi e integri.
In questa lunga e intima intervista, Lucia ci trascina dietro le quinte del suo percorso umano ed espressivo, senza filtri e senza paura, per fare chiarezza definitiva su un brano che parla a lei, alla sua storia e all’universo intero.
Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la rabbia e il dolore dovevano lasciare il posto alla rielaborazione per dar vita a questo brano?
In realtà non c’è stato un singolo momento esatto, ma una vera e propria metabolizzazione della situazione e del dolore. All’inizio, quando si rompono rapporti così fondamentali — come quello tra madre e figlio, tra fratelli o tra padre e figlio — ti assale una sofferenza fortissima. Ti senti letteralmente trafitto nel cuore, tradito nell’anima. Perché dici a te stessa che se c’è un legame di sangue non dovrebbero esserci cattiverie gratuite, odio o rancore.
Io non sono di certo una santa: me la sono presa tantissimo quando sono stata attaccata, umiliata e tradita proprio dal mio stesso sangue. Non me l’aspettavo. Un minuto prima ero la “mamma meravigliosa universale”, poi sono diventata un sasso nella scarpa, o meglio il mostro da cui scappare, la persona di cui vergognarsi. Pur di trovare un capro espiatorio e avere ragione nel buttarmi via, sono stata descritta nel peggiore dei modi: definita come la madre indegna che ha divorziato e che poi si è innamorata di un artista come lei, accusata ingiustamente di aver preferito un compagno alla figlia. Cosa del tutto falsa, dato che all’epoca lui non viveva nemmeno con noi, lo vedevo fuori. Quando tua figlia ti tradisce, ti mente e ti spazza via come qualcosa di schifoso, la ferita è profonda. Ma con il tempo ho capito che non valeva la pena rimanere nell’arrabbiatura. Tutti sbagliamo, non si nasce genitori né maestri. L’accettazione è arrivata capendo che doveva andare così per evolverci e capire determinati aspetti della vita.
Ci sono concetti che ci tieni a chiarire rispetto al senso di questa “porta aperta” e al rapporto attuale con tua figlia?
Voglio che non ci sia alcun tipo di fraintendimento né sullo scopo del brano, né sulla mia posizione attuale. Quando dico “porta aperta” non intendo affatto un ricongiungimento fisico o la riapertura della mia casa. Io e Mac ci siamo rafforzati come due facce della stessa medaglia e non sapremmo né potremmo più gestire un coinquilino cresciuto lontano da noi e da ciò che ci appartiene.
La verità è che quando si viene traditi e trattati così, all’improvviso e a ciel sereno, si perde la fiducia. E non puoi più condividere la tua tana, il tuo rifugio che è la casa — il luogo in cui ognuno deve poter essere se stesso e contare sull’altro — con qualcuno che ti ha colpito alle spalle senza riserve e senza preavviso. È questo che si rompe ed è quasi impossibile da recuperare: la fiducia.
Questo non cambia il sentimento d’amore, ma cambia per sempre le condizioni di un rapporto. Si può continuare ad amare profondamente una persona che ci ha deluso e tradito, ma non si può più condividere con lei la propria intimità. Un’intimità che nel profondo c’era, era magica, e che poi è stata spazzata via con un colpo di spugna e senza alcuna pietà. Questo ti segna, ti cambia e ti porta a prendere la decisione fondamentale di tutelare te stessa, imparando a non dare più fiducia a occhi chiusi. La “porta è aperta”, sì, ma all’anima, al sentimento, a una telefonata per dirsi “Ciao mamma, come stai?”. Ma per il resto, lei dovrebbe darsi davvero molto da fare per dimostrare che non mi tratterà mai più così.
Inoltre, non ho dedicato il brano a mia figlia. Parlo con lei in prima persona, è un dialogo aperto su di lei, ma rivolto all’universo. Non c’è alcuna intenzione di avere un ritorno, né nel bene né nel male. Non mi aspetto nulla da lei e non è un brano fatto per chiedere pietà. È stata solo una mia esigenza viscerale di buttare fuori in musica ciò che provavo, per completare la mia personale cura.
Hai parlato del senso di colpa e del percorso che ti ha portato al perdono personale. Come hai affrontato questi demoni?
Oggi non affronto più i ricordi della magia vissuta con mia figlia con dolore o risentimento. Anzi, ringrazio, perché ho fatto un percorso interiore che forse con lei accanto non avrei mai fatto. Mi spiace solo per il tempo che lei ha buttato via e che non tornerà più. Ma io ho perdonato me stessa.
All’epoca del divorzio ero depressa, ammalata, persa, e avevo bisogno di contare su qualcuno. L’errore che ho commesso io è stato mettere mia figlia a contatto con certi adulti ignobili, lasciandola con loro perché non riuscivo a pensare lucidamente. Purtroppo i miei consanguinei non erano adatti. Ma da madre ho fatto errori di inesperienza come tutti, non sono certo il mostro di Loch Ness.
Da questo percorso di dolorosa delusione ho imparato prima di tutto ad amarmi e ho scelto di rispettarmi. Ho dovuto accettare l’idea di avere una figlia che non è ciò che pensavo o speravo. Forse il mio era un amore cieco? O forse vedevo che non era come me e non volevo crederci… È diversa da me e dai principi in cui credo io e che avrei voluto trasmetterle. Ma come ho detto, i figli non sono noi genitori: sono elementi a sé stanti e vanno rispettati, ma con la dovuta attenzione a non farci spezzare di nuovo il cuore. Io non ho niente da perdonare a lei: non ho risentimento, le auguro il meglio. Semmai è lei che dovrà fare i conti con i propri demoni. Io con i miei l’ho già fatto, e per questo oggi mi perdono e sono in pace.
Quando canti “The same blood is not family… the same blood is not faithfully”, quanto c’è di vissuto personale e quanto di denuncia?
C’è tutto il mio vissuto ed è una denuncia diretta a quei “parenti serpenti”. Ciò che condanno apertamente sono quegli adulti opportunisti — il padre e la zia — che, invece di risolvere uno squarcio in un rapporto magico, ci hanno sguazzato e goduto. Volevano vedermi annientata, “uccisa” emotivamente per potermi superare, perché da sempre ho dovuto lottare contro di loro per far emergere la mia natura artistica e la mia bontà. Ma purtroppo per loro io sono in piedi, brillo in ciò che faccio e li guardo dall’alto come si guardano strisciare i vermi. Ride bene chi ride ultimo.
Allo stesso tempo, quella frase dimostra che la vera famiglia non è una questione di sangue. Pensa a Mac: lui non porta il mio sangue, eppure mi ha curata in tantissimi modi. Allo stesso modo, anche nel lavoro che faccio come docente di canto e nei talent, Mac mi definisce sempre una “madre” per i miei allievi. Forse per natura, o forse per colmare qualcosa, riverso quel senso materno nel far crescere giovani talenti. Avere lo stesso sangue non fa di qualcuno la tua famiglia, né garantisce la sua fedeltà.
Nel testo emerge anche una forte visione sulla maternità e sull’indipendenza, molto diversa dai canoni tradizionali.
Le mamme “perfette” dicono sempre che bisogna morire per i figli. Io penso invece che bisogna vivere per loro e cercare di essere felici, perché solo una madre viva, realizzata e felice può esserci davvero per i propri figli. Questo è l’esempio che ho voluto dare a mia figlia. Non volevo essere come mia madre, che si è annullata dicendomi che ormai per lei il tempo di essere felice era finito e che doveva restare legata a un uomo padrone.
Io ho scelto di divorziare perché ho scelto di vivere. E fin da piccola ho sempre detto a mia figlia: “Non preoccuparti di lasciare anche me, la mamma, se dovessi mai essere un tuo ostacolo”. Probabilmente ha seguito il mio consiglio. Io sono una cittadina del mondo, ho divorziato e ho sposato un uomo dalla pigmentazione nera: una scelta intollerabile per la mia famiglia d’origine, intrisa di dinamiche razziste e cattiveria. Ho chiuso un cerchio e aperto un portone in quell’ambiente.
I figli non sono nostri, non sono una nostra estensione: sono esseri a sé e vanno rispettati nelle loro scelte. Come dico nel brano: “our choices in liberty”. I miei genitori mi hanno ostacolata da giovane nel fare l’artista, ma la propria natura emerge sempre. Io, a differenza loro, ho rispettato mia figlia e l’ho lasciata andare dove ha preferito. È stato durissimo essere buttata fuori dalla sua vita, ma ho scelto il rispetto.
In che modo “Never Say Goodbye Again” si ricollega emotivamente a “Damned Night”?
Si collegano attraverso un filo rosso indissolubile: l’amore incondizionato possono provare a distruggerlo, ma non si può distruggere quello che nemmeno la morte può fermare.
Quando mia sorella Susanna morì, un mese dopo rimasi incinta di mia figlia. Dalla felicità e d’istinto, composi subito il numero di cellulare di Susanna per dirglielo… poi scoppiai in lacrime perché ricordai che non poteva rispondere da dov’era, perché era morta. In Damned Night parlavo di quel legame che sopravvive alla morte fisica. In Never Say Goodbye Again parlo di un addio avvenuto nella vita reale, ma il principio è lo stesso: l’amore vero non si distrugge. Nemmeno la morte ci è riuscita con Susanna, e non ci riuscirà la cattiveria umana con il sentimento che porto nel cuore per mia figlia.
Hai definito l’inglese come la tua “lingua madre espressiva”. Quali sfumature ti permette di far emergere?
Quando canto e compongo mi sento automaticamente in inglese. È una lingua in cui i concetti mi arrivano prima, in modo più diretto, pulito ed essenziale. Mi permette di esprimere emozioni viscerali e profonde senza scendere in dettagli morbosamente personali o imbarazzanti, che in italiano risulterebbero stonati o limitanti. La musica in inglese è la mia lingua dell’anima.
E per quanto riguarda le scelte visive del video e quelle musicali in studio?
Nel videoclip, diretto da me insieme a Massimo Passon, i palazzi che crollano simboleggiano le strutture emotivamente tossiche, le certezze che si sbriciolano all’improvviso sotto i colpi delle manipolazioni altrui. Chi è manipolato spesso non se ne rende conto e si arrabbia se glielo fai notare, ma la maturità farà aprire gli occhi. E tutto ciò che è stato vero non può diventare polvere nel vento.
A livello musicale, il Soul e il Blues rappresentano la mia radice artistica, mentre il tocco Gospel si lega direttamente al mio percorso di formazione con la mia ex coach Cheryl Porter. Questo brano è stato scritto un paio d’anni fa, ma è stato completato e musicato solo ora perché dovevo compiere prima quel percorso di rinascita interiore, sentirmi libera, forte ed “emotivamente intoccabile”. Massimo Passon ha fatto un lavoro eccezionale negli arrangiamenti, dando corpo, sostanza ed energia a quello che era un mio dialogo interiore, trasformandolo in un’atmosfera travolgente e liberatoria.
Cosa ti aspetti da questo lancio e cosa speri che arrivi a chi ascolta?
Non ho aspettative, né verso mia figlia, né verso il pubblico. La musica è la mia custode e io lavoro per lei. Questo brano andava fatto, adesso, perché era giunto il momento.
Spero solo che il brano piaccia e che… faccia volare chi lo ascolta. Vorrei che passasse questo messaggio: che non importa chi ha sbagliato o chi ha ragione, che non bisogna lasciarsi condizionare dalla cattiveria altrui e che, di fronte a ciò che di bello e vero c’è stato nella vita, il punto fondamentale è imparare a non dirsi mai più addio.
Scheda del Singolo
- Titolo: Never Say Goodbye Again
- Artista: Lucia Houston
- Testo e Musiche: Lucia Houston
- Voce e Cori: Lucia Houston
- Arrangiamenti: Massimo Passon
- Regia Videoclip: Lucia Houston e Massimo Passon
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