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Melus Kaye: quando dire crossover è un eufemismo

Music Alive | Aprile 21, 2020

Nonostante il suo nome d’arte, che pare che di italiano non abbia nulla, Melus Kaye è un giovane artista italianissimo. Personaggio molto riservato, preferisce farsi riconoscere per i suoi risultati in campo artistico che per la sua vita privata, della quale non racconta nulla; l’unico aspetto di sé che ci tiene a sottolineare è la sua provenienza dal sud Italia, più precisamente dalla terra calabra, sebbene ora risieda al nord.

Creativo anche al di fuori del settore musicale, nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo “Imprigionati” e ha sviluppato nel tempo anche la passione per la regia, passando tramite un percorso da attore in film, cortometraggi e web series. Ad oggi infatti Melus è direttore e montatore dei suoi stessi videoclip.

Il suo progetto musicale è solista: compositore e polistrumentista, cura ogni aspetto dei suoi brani in totale autonomia e sforna pezzi nuovi nei momenti di pace e armonia con se stesso. Non una macchina da guerra di contenuti quindi, ma un artista che porta in musica e immagini il suo sentire quando ne avverte la necessità e la giusta ispirazione. Sommiamo a questo modus operandi un’abbondante cultura musicale e il risultato è un prodotto sorprendente, di sicuro al di fuori dei canoni musicali a cui i media ci hanno abituati. Definire la musica di Melus Kaye un genere crossover è un eufemismo, visto che arriviamo a trovare molti generi diversi (addirittura cinque in “Verano duro” ad esempio) all’interno dello stesso brano.

Ma andiamo con ordine.

Percorrendo in ordine cronologico il canale Youtube di Melus, troviamo una varietà impressionante di contenuti: dalle prime cover (notevole quella di “Crawling” dei Linkin Park) alla miniserie “Silence please”.

Il primo brano inedito “My rosary” è di marzo 2019. Un brano cupo (“I’m a black rainbow” recita la seconda strofa) di chiara ispirazione mansoniana, sia per le sonorità che per il registro vocale, spaccato da un breve inciso rap in italiano. Provocatorio e pungente, fa della musica l’arma per arrivare lontano, proprio come dichiarato nel testo.

A luglio 2019 arriva il momento di pubblicare un tormentone estivo. Visto che le ultime hit estive sono state targate reggaeton e che lo scopo della musica di Melus è quello di raggiungere e colpire più orecchie possibili, in apertura a “Verano duro” troviamo qualche battuta di reggaeton, ma pochi secondi dopo, la vera essenza del nostro artista si fa inevitabilmente spazio. La chitarra ruggente rock condisce la melodia da paso doble, fino ad arrivare allo special dalle sonorità nu metal che ci fa finire dritti dritti…. a un inciso di flamenco. Fermo restando che passare da un genere all’altro, soprattutto quando sono così diversi tra loro, è tutt’altro che semplice se non si vuole rischiare l’effetto “fritto misto”, preparatevi ad aprire la mente e scardinare le vostre diffidenze ascoltando qualche minuto di questo crossover per nulla banale.

Nel terzo video ufficiale, Melus percorre con noi “A sad road”, una strada triste per un amore finito a cui chiede disperatamente aiuto. Un classic rock dal sapore country, nel quale l’arrangiamento si arricchisce man mano andando ad aggiungere alla chitarra classica e voce dell’intro, violino e tamburino e poi l’immancabile sezione elettrica con basso e chitarra. Anche nel video ogni dettaglio richiama questo sapore country ed è stato studiato in maniera accurata e precisa, come Melus spiega nel “Making of”.

L’ultimo singolo pubblicato trae ispirazione dal cantautorato italiano anni ’60 e il titolo (“Un amore italiano”) non ne fa mistero. Melus qui riparte da interpreti come Adriano Celentano, Jimmi Fontana, Little Tony, Gino Paoli, Rino Gaetano, che grazie a brani come Sapore di mare, Il mondo, Tu vo fà l’americano, Una rotonda sul mare hanno raccontato al mondo l’Italia e le sue virtù. Un pezzo di tango farcito come sempre da elementi dall’impronta rock, a tratti metal, caratteristica del repertorio musicale di Melus Kaye.

Abbiamo colto l’occasione per rivolgere a Melus qualche domanda.

D: E’ evidente dal tuo modo di comporre che hai una cultura musicale varia ed estesa. E’ frutto della tua curiosità, di un ambiente familiare artistico, di studi specifici…?

R: No, nella mia famiglia non c’è ombra di musicisti, la mia passione è venuta semplicemente fuori quando era la sua ora, perché sin da bambino sognavo di diventare una rock star o magari uno show man. Certe cose penso nascano con te donate dalle stelle. Credo di essere nato con una sensibilità insolita, mi emozionano dei profumi o delle foto, da cui riesco a trarre una storia immaginaria, ciò mi ha quindi portato da sempre a vedere le cose in un modo artistico.

D: C’è stato un momento preciso in cui hai deciso che avresti fatto musica? Un brano o un evento in particolare che ti ha fatto scattare la molla?

R: Da bambino, nei miei 8, 9 o 10 anni, amavo la musica di Michael Jackson e i Queen che ascoltavo insistentemente in qualche musicassetta comperata dai miei fratelli. Quando vedevo i loro live in tv, o sentivo i loro pezzi, riuscivano a farmi sognare, immaginando di poter essere un giorno come loro, anche se di strumenti ancora nemmeno l’ombra. Per il mio quindicesimo compleanno un vecchio amico, conoscendo la mia forte passione verso la musica, fece una colletta fra amici con grande sorpresa regalandomi una chitarra elettrica, da lì iniziò tutto! Sembrava tutto così surreale, mi sentivo già una star prima ancora di metterci le mani. La mia natura da sognatore e da egocentrico quale sono mi fece reagire così.

D: Quali sono gli artisti che più hanno influito nella formazione dei tuoi gusti musicali?

R: Il mio amore per la musica nasce dal rock che poi si allargò fra il metal e molti altri generi e stili. Nei periodi in cui iniziai a suonare ero fortemente preso dalla musica dei Rammstein e di Marilyn Manson, un mood che segnò parte del mio stile che manterrò sempre nel mio cuore.

D: Se potessi scegliere un artista con cui collaborare o duettare, chi sarebbe?

R: Mi piacerebbe molto dividere il palco con Marilyn Manson, Eminem, o una Lady Gaga. Immagino un pezzo cantato fra i nostri registri e stili vocali per far nascere qualcosa di interessante.

D: Essendo anche polistrumentista oltre che compositore, nei tuoi brani esegui tutto da solo. Qual è lo strumento che prediligi?

R: Nasco come chitarrista, quindi tutto parte da ciò che la chitarra mi comunica quando “accarezzo” il suo manico. Solitamente riesce a percepire il mio status, quindi le note che ne verranno fuori saranno sicuramente ciò che la nostra empatia desidera comunicare.

D: Se fossi un piatto, saresti…?

R: Un piatto molto complicato nei suoi ingredienti e nella preparazione ma buono. Ahah, non saprei a quale più potrei assomigliare, ma so di avere una personalità complicata, ma che se facciamo riferimento ad un piatto non ti lascia scombussolato, ma soddisfatto di averlo assaggiato. Sembra una risposta da chef stellato e sicuro di sé lo so, ma ciò che la mia cucina offre non è solo frutto di chi ci ha lavorato molto, ma anche di recensioni. 

D: Progetti per il futuro?

R: Per il momento mi trovo spesso in studio, come è mia consuetudine, per creare nuove melodie, quello che più al momento suggerisce il mio animo, trovando fra le idee quello che potrebbe essere il mio prossimo inedito, ma ciò che mi auguro di più è arrivare in alto per potermi aggiudicare anche io un piccolo posticino nel cuore della gente, attraverso la mia musica ma su un vero palco.

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A cura di Francesca Saglia – Music-Alive 2020

Pubblicato da Music Alive

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