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Splitting The Ash: Ronan Furlong tra radici celtiche, natura e rinascita creativa

Sulla scia dell’atmosfera intima e cosmica di “Forged Inside A Dying Star”, il cantautore e chitarrista irlandese Ronan Furlong torna con “Splitting The Ash”: un singolo vibrante e pieno di energia, profondamente radicato nel folklore celtico e nella forza pura della natura. Nato dopo un bagno in pieno inverno nel Mare d’Irlanda e sviluppato attorno a un incalzante riff di chitarra ispirato alla musica tradizionale, il brano esplora i temi del rinnovamento spirituale, della resilienza e del potere curativo degli elementi. In questo primo appuntamento della nostra serie di interviste, Ronan racconta le origini del singolo, il suo profondo legame personale con l’oceano e l’antico rituale irlandese che ha ispirato il potente titolo della canzone.

L’origine e l’energia di “Splitting The Ash”

1. “Splitting The Ash” nasce da un’esperienza decisamente straordinaria: un tuffo nelle gelide acque del Mare d’Irlanda a gennaio. Ci racconti come questo shock termico ed emotivo si è trasformato in musica?

Non è stato tanto lo shock dell’acqua fredda, quanto piuttosto l’euforia di trovarmi in un contesto così selvaggio e incontaminato insieme ai miei amici, a scherzare tra le onde e a divertirmi. Il sole si faceva strada tra grandi nuvole grigie e l’intera esperienza è stata di grande ispirazione. Quando sono uscito dall’acqua, con la soddisfazione di aver sfidato gli elementi, le parole hanno iniziato a farsi strada da sole e le ho scritte il prima possibile. È stato un processo estremamente organico e naturale.

2. Il titolo richiama l’antico rituale irlandese di spaccare un ramo di frassino per propiziare guarigione e rinascita. Come sei entrato in contatto con questa tradizione e che significato simbolico ha per te oggi?

Ritengo che racchiuda un forte significato, sia simbolico sia pratico, per il mondo moderno, che per molti versi appare impoverito dal punto di vista spirituale. Il frassino era immensamente venerato dai Celti irlandesi poiché univa il cielo e la terra. I poteri rigenerativi associati a questo albero — e al rito della spaccatura del frassino — mi hanno ricordato i benefici rigeneranti e ispiratori che si provano trascorrendo del tempo immersi nella natura. Ritrovare il contatto con l’ambiente naturale può nutrire e risvegliare il benessere interiore e, forse, persino la nostra dimensione spirituale.

3. Rispetto alla dimensione cosmica e contemplativa di “Forged Inside A Dying Star”, “Splitting The Ash” esplode con una travolgente energia celtica. Questo cambio di rotta è stato un bisogno spontaneo o una scelta deliberata?

È stato del tutto spontaneo. Stavo partecipando a un festival di musica tradizionale irlandese e ho trovato i ritmi e le danze estremamente stimolanti e coinvolgenti. Più tardi quella sera, rientrato a casa con la testa piena di musica, ho preso la chitarra e il riff principale del brano è nato in modo molto rapido e naturale, cosa che ho interpretato come un ottimo segnale del fatto che fossi sulla strada giusta! Detto questo, ci sono voluti due anni per completare la canzone: sebbene la parte musicale sia arrivata in fretta, mi ci è voluto molto tempo per trovare un testo che si adattasse perfettamente all’atmosfera del pezzo.

4. Nel testo ti riferisci all’acqua come a un “altare” e parli della magia tra le onde. Che tipo di legame personale e spirituale hai con il mare della tua terra?

Nuoto nel Mare d’Irlanda durante tutto l’anno e traggo enormi benefici dal tempo trascorso tra le onde. Nella mia esperienza, la combinazione tra l’acqua fredda e il contesto naturale riesce a spegnere all’istante il brusio della mente, lasciando spazio a una calma felicità. È lo stato mentale ideale per far emergere musica e testi; infatti, mi capita spesso che le idee musicali si presentino proprio durante o subito dopo un bagno in mare. Devo anche dire che è estremamente divertente: nuoto con gli amici e passiamo gran parte del tempo a ridere e scherzare, dato che nessuno di noi è un nuotatore provetto, quindi è un’esperienza sociale tanto quanto personale!

5. Il brano trasmette un profondo senso di resilienza e di superamento dei limiti fisici e mentali. C’è stato un momento specifico nella tua vita in cui hai sentito di dover “spaccare il frassino” per ripartire da capo?

Ognuno di noi deve affrontare ostacoli e barriere nella vita di tutti i giorni, e farlo — o anche solo tentare di farlo — è una delle chiavi per un’esistenza appagante. Superare un ostacolo non significa necessariamente ottenere il successo o raggiungere un risultato specifico, poiché nessuno di noi può controllare l’esito finale. Piuttosto, a mio parere, si tratta di provare a fare del proprio meglio e di trovare la gratificazione che deriva da questo sforzo.

Architettura sonora e produzione

1. Il singolo si apre con un riff di chitarra celtico, dinamico e ipnotico. Come si è evoluto questo arrangiamento dall’idea iniziale fino al travolgente finale?

Sono davvero felice di dire che il riff è arrivato con estrema facilità. Avevo trascorso l’intera giornata precedente — e gran parte della settimana — a un festival di musica irlandese nella mia città natale. Le strade e i pub di Wexford erano affollati da musicisti di altissimo livello e trovarmi immerso in quell’ambiente è stato musicalmente esaltante. Così, quando la sera ho preso in mano la chitarra per comporre, le idee sono флоuite in modo del tutto naturale e l’intera colonna vertebrale musicale del brano è stata scritta in una sola serata. Per definire il testo, invece, ci sono voluti due anni!

2. Questo brano segna una nuova collaborazione con Brendan Carthy degli Orchard Studios. In che modo il suo lavoro alla batteria e in produzione ha contribuito a spingere la carica energetica del pezzo?

Ritengo che la batteria di Brendan abbia dato un contributo fondamentale alla spinta e all’energia del brano. Apprezzo particolarmente i suoi fill sui tom, che sostengono alla perfezione la linea vocale. Brendan è un musicista con cui è facilissimo lavorare e il suo primo take della traccia di batteria era praticamente perfetto. Mi sento davvero fortunato a poter collaborare con un artista del suo calibro.

3. In molti tuoi brani riesci a bilanciare la potenza del rock con l’autenticità del folk. Come hai affrontato gli arrangiamenti per evitare che l’intensità rock soffocasse le radici acustiche?

Ti ringrazio per questa osservazione, perché è un aspetto a cui presto un’attenzione davvero scrupolosa. Registro sempre prima le tracce acustiche, poiché rappresentano l’intelaiatura del brano ed è essenziale che il suono rimanga ancorato a una base tradizionale e acustica. Una volta impostata questa struttura, aggiungo le chitarre elettriche per infondere slancio, carica e per ampliare la tavolozza sonora della canzone.

4. La critica ha descritto il finale della canzone come una “galoppata travolgente”. Quando eri in studio avevi già intenzione di costruire un crescendo così liberatorio?

Sì, decisamente. È proprio così che il brano è nato durante la fase di scrittura, quindi per me era fondamentale che il punto culminante derivasse da un’intensa progressione musicale sviluppata a partire dal riff principale. Ciò detto, per le note finali del pezzo ho voluto cambiare registro, aggiungendo una chiusura acustica molto delicata!

5. La voce in “Splitting The Ash” risulta viscerale e appassionata. Che tipo di approccio vocale cercavi per interpretare un testo così legato agli elementi della natura?

Puntavo a una resa vocale che suonasse appassionata, ispirata e viscerale, rispecchiando esattamente le emozioni provate al momento della stesura del testo. Ho dovuto fare diversi tentativi con le incisioni vocali prima di raggiungere la giusta intensità che potesse sposarsi con la trama musicale sottostante, ma sono davvero felice di come sia venuta.

Legami con la mitologia, la storia e la filosofia

1. La tua passione per la storia e la filosofia è un tratto distintivo del tuo modo di scrivere. Quanto influenza questo bagaglio intellettuale la tua vita quotidiana, al di là della musica?

Influenza enormemente la mia vita di tutti i giorni e il modo in cui mi rapporto al mondo. Sinceramente credo che farei fatica senza, poiché sento che gran parte della filosofia in cui mi sono imbattuto mi fornisca un vero e proprio sistema operativo per affrontare le sfide e le traversie della vita quotidiana — permettendomi di imparare lezioni fondamentali dai maestri del passato (molti dei quali sono italiani; Seneca, ad esempio, è per me una fonte d’ispirazione grandissima).

Leggere molta storia è fantastico per scoprire affascinanti temi lirici da esplorare, ma su un piano più pratico è anche un utilissimo podio che ricorda quanto la vita sia stata dura per la stragrande maggioranza delle persone vissute prima di noi, e questo mi rende grato per il comfort e la serenità della vita di cui posso godere oggi.

2. La mitologia irlandese è ricca di simboli legati alla natura e alla rinascita. Credi che la musica moderna possa fungere da ponte per riconnettere le persone a queste radici antiche?

Sì, ne sono assolutamente convinto. Per molti versi sento che la vita moderna sia spiritualmente impoverita e priva di bellezza e ispirazione. Inoltre, ritengo che i ritmi frenetici del mondo odierno impongano una notevole pressione mentale sulle persone, difficile da gestire. Sento che molta della saggezza del passato sia stata trascurata o dimenticata, e sarei felice se la mia musica potesse, anche solo in minima parte, contribuire a creare un ponte verso quelle antiche conoscenze capaci di aiutarci a navigare in un mondo pieno di sfide.

3. Se dovessi raccomandare un libro di storia o un testo filosofico a qualcuno che desidera comprendere a fondo la tua visione del mondo, quale sceglieresti?

Diarii e manuale di vita (Discourses and Selected Writings) di Epitteto — un’ispirante guida pratica alla vita enunciata da un ex schiavo. Amo molto anche leggere le Lettere a Lucilio (Letters from a Stoic) di Seneca, un’opera ricca di uno stile meraviglioso ma anche piena di consigli incredibilmente pratici per affrontare le avversità e governare la propria attenzione.

4. Molti dei tuoi brani, da “Samarkand” a “Mystic Mountain”, esplorano culture lontane e ambientazioni storiche. Cosa ti spinge a immergerti in temi geografici e concettuali così variegati?

Leggere molti libri di storia mi fa conoscere tante città antiche, personaggi e culture del passato di grande ispirazione. Autori contemporanei di talento come Tom Holland e Simon Sebag Montefiore, o podcaster come Dan Carlin, offrono uno sguardo intrigante e affascinante su un passato che trovo travolgente.

Nella mia vita sono stato fortunato poiché ho viaggiato molto ed sono entrato in contatto con diverse culture, e questo mi ha fornito una profonda riserva di temi da esplorare.

5. Il testo di “Splitting The Ash” parla di trasformare la pioggia e le tempeste in sensazioni positive. È una metafora che applichi nella tua vita di tutti i giorni per affrontare i momenti difficili?

Uno dei benefici che traggo dal nuotare in un mare freddo è la sensazione di superare la mia iniziale riluttanza a entrare in acqua, unita al grande senso di appagamento (e sollievo!) che provo una volta terminata la nuotata.

Sento che per vivere una vita piena sia fondamentale cercare sempre di esplorare e superare le sfide. Non importa se si vince o si perde; la vera gratificazione deriva dall’atto stesso di provarci e di fare del proprio meglio con ciò che la vita ci presenta.

Ronan come musicista e come persona

1. Hai studiato con il famoso duo di chitarristi messicani Rodrigo y Gabriela. Qual è stata la lezione più importante, sul piano tecnico o personale, che hai tratto da quell’esperienza?

L’importanza dell’esercizio costante e del raggiungimento di un livello base di competenza sullo strumento, elementi che mi hanno permesso di tradurre in musica ciò che avevo in testa. Erano anche esecutori di grande passione ed energia, ed è stato di enorme ispirazione vederli suonare. A livello personale, gestivano il proprio talento con grande umiltà ed erano entrambi estremamente accessibili, pazienti e incoraggianti: anche questa è stata una bellissima lezione da imparare!

2. Chi ti ascolta nota subito la tua grande perizia tecnica alla chitarra, che tuttavia non appare mai fine a se stessa. Come riesci a mettere la tecnica esclusivamente al servizio della canzone e del racconto?

Ti ringrazio per questa osservazione. Credo fermamente che il ruolo della chitarra sia quello di completare e, si spera, valorizzare il brano sottostante. Ci sono molti esempi di straordinari maestri della chitarra, come Brian May, che usano le proprie capacità per elevare la canzone piuttosto che per mettere in mostra ciò che sanno fare.

Suonare la chitarra non dovrebbe essere un’occasione per sfoggiare trucchi e virtuosismi, poiché è un atteggiamento autoreferenziale e musicalmente privo di interesse. L’unico scopo di saper suonare a un buon livello è quello di sbloccare la propria creatività e visione musicale. Ci sono così tanti chitarristi incredibili al giorno d’oggi che sarebbe sciocco cercare di distinguersi dalla massa basandosi unicamente sulla tecnica pura: c’è sempre un pesce più grande dietro l’angolo!

3. Quando non sei impegnato a scrivere, registrare o esibirti, quali semplici attività ti aiutano a ricaricare le batterie?

Cerco di fare esercizio fisico tutti i giorni, leggo molto e generalmente mi ritaglio del tempo per meditare dai 20 ai 30 minuti al giorno, pratica che trovo di grande beneficio. Mi piace anche socializzare e divertirmi con la mia famiglia e i miei amici.

4. Se dovessimo dare un’occhiata alla tua routine quotidiana, quanto spazio occupa la musica rispetto alla riflessione personale e alla lettura?

In genere circa due ore al giorno. Sarebbe bello avere più tempo a disposizione, ma penso che sia già un buon margine, e mia moglie e la mia famiglia mi sostengono enormemente lasciandomi il tempo e lo spazio per farlo. Sono davvero fortunato!

5. C’è un luogo specifico in Irlanda che consideri il tuo santuario personale — un posto dove vai quando hai bisogno di riconnetterti con la tua spinta creativa?

Sì, c’è una splendida foresta con spiaggia molto vicina a dove vivo che si chiama “Raven Point”: è un posto magnifico per staccare la spina e immergermi in un contesto naturale stimolante. Amo molto anche visitare il Connemara, sulla costa occidentale dell’Irlanda, ma di solito riesco ad andarci solo una volta all’anno perché è piuttosto lontano da casa mia. Per mia fortuna, le montagne e le foreste della contea di Wicklow, che adoro, non sono troppo distanti e cerco di andarci regolarmente.

Successo di critica e il pubblico italiano

1. Gli ascoltatori italiani hanno imparato a conoscerti attraverso “Forged Inside A Dying Star”. Che tipo di legame senti di aver instaurato con i media e il pubblico italiani?

Beh, ho un profondo legame con l’Italia, poiché ho avuto la fortuna di visitare questo splendido Paese molte volte nel corso degli anni — l’ultima lo scorso maggio, quando ho soggiornato sul Lago di Como, un posto che ho amato alla follia!

Sono un grande ammiratore della cultura e della storia italiana e attualmente sto leggendo un libro sul Rinascimento italiano che non riesco proprio a mettere giù. Chiunque segua la mia musica sa che filosofi romani come Seneca e Marco Aurelio sono presenti nei miei testi, e provo una grande ammirazione per i musicisti italiani come Vivaldi.

Più in generale, trovo che le persone siano molto alla mano, accessibili, simpatiche e legate alla famiglia. Mi piacerebbe davvero far crescere il mio pubblico in Italia, e suonare lì in concerto rimane uno dei miei sogni e delle mie ambizioni più grandi.

2. Testate musicali di tutto il mondo — dal Brasile all’India, fino al Canada e al Regno Unito — hanno recensito i tuoi lavori con entusiasmo. Come vivi questa portata globale partendo da uno spazio creativo così intimo?

È meraviglioso pensare che la mia musica raggiunga persone così lontane e che, nel mio piccolo, riesca a connettermi con individui in ogni angolo del pianeta. Sono estremamente fortunato ad aver trovato un pubblico globale, magari ridotto ma molto fedele, che concede sempre alle mie canzoni un ascolto sincero. Per me è una fonte di enorme gratificazione sapere che persone di così tanti Paesi diversi possano apprezzare la mia musica e i miei testi. Come disse una volta un famoso cantante italiano, “una vita per la musica è davvero una vita ben spesa”!

3. Hotpress ha inserito i tuoi album tra le migliori uscite folk dell’anno e veterani del settore come Jackie Hayden hanno lodato il tuo lavoro. Qual è il complimento che ha significato di più per te finora?

Sinceramente, i riscontri o le lodi più gratificanti sono alcuni dei commenti che ho ricevuto subito dopo le esibizioni dal vivo. Quando uno spettacolo va davvero bene, ho la fortuna di creare una reale connessione con il pubblico, e custodisco con enorme affetto le parole di singoli spettatori che, in certe serate speciali, hanno tratto tanto valore dall’ascolto.

4. Rolling Stone Argentina ha descritto la tua capacità di passare da calde trame acustiche a un potente rock elettrico. Ti vedi come un artista che sfida naturalmente le barriere di genere?

Beh, ambisco a superare i confini prestabiliti; se ci riesca o meno spetta agli altri dirlo! Penso che per gli ascoltatori e i fan sia molto più interessante se esploro stili diversi senza limitarmi a rigidi paletti. È anche una necessità dettata dai testi che scrivo, poiché temi differenti richiedono tipologie di musica differenti. Spero di riuscire a cimentarmi in stili diversi senza che il risultato suoni forzato o artificiale.

5. Ti è mai capitato che una recensione o il commento di un fan offrisse un’interpretazione di una tua canzone capace di farti vedere il tuo stesso lavoro sotto una luce completamente nuova?

Sì, molte volte — in particolare per una mia canzone intitolata “Remember You Said”, che sembra aver toccato diverse persone in modo molto profondo e personale, andando ben oltre l’intenzione originale del testo. È meraviglioso quando succede, perché mi suggerisce che la musica possiede una vita e una volontà proprie, indipendenti da me! Adoro questo pensiero!

Radici, influenze e memoria musicale

1. Guardando ai tuoi primi anni, qual è il tuo primissimo ricordo legato alla musica in Irlanda?

C’è un gruppo rock celtico irlandese chiamato The Horslips che era enormemente popolare in Irlanda negli anni Settanta e che rimane amatissimo ancora oggi. Una delle loro canzoni in particolare, “Dearg Doom”, era costruita su un geniale riff di chitarra celtica che è stato per me una grandissima fonte d’ispirazione.

Da ragazzo ero anche molto legato a due famosi cantanti irlandesi, Liam Clancy di Waterford e Luke Kelly di Dublino, entrambi interpreti ed esecutori leggendari della tradizione musicale irlandese. La loro passione e la capacità di fare propria qualsiasi canzone mi hanno sempre profondamente impressionato.

Più avanti negli anni, anche la collaborazione tra Andy Irvine e Paul Brady ha avuto un grande impatto su di me, e amo l’album che hanno registrato insieme, in particolare il brano “Bonnie Woodhall”. Adoro anche parte della musica dei Planxty (che vedeva la presenza del geniale Irvine, specialmente in una canzone come “The Blacksmith”).

2. Qual è stato il primo disco che hai acquistato con i tuoi soldi e quanto ha inciso sulla tua comprensione della struttura di un brano?

Spanish Train di Chris De Burgh — un album fondamentale che rimane un classico ancora oggi. In quel disco Chris ha esplorato moltissimi stili musicali differenti e diverse personalità interpretative, ed è qualcosa che cerco di emulare, nel mio piccolo. Chris è un grande narratore e le sue storie sono estremamente coinvolgenti (ad esempio, ammiro molto la sua immaginazione e le sue visioni nella title track “Spanish Train”). Inoltre è un uomo della contea di Wexford, il che è fantastico, ed si esibisce ancora oggi in tutto il mondo, quindi nutro un enorme rispetto per lui.

3. Il tuo stile fonde prog rock, folk, musica celtica e sfumature mediorientali. Quali sono stati i tuoi principali mentori o le tue influenze nel definire questo suono?

Sono stato enormemente influenzato da quei musicisti straordinari capaci di esplorare temi, stili e generi differenti. Band come Queen (in particolare i primi lavori, come Queen II), Yes e Beatles (nel loro periodo più maturo) hanno sempre spostato in avanti i confini della musica. La versatilità e l’ambizione musicale di questi gruppi, insieme ai diversi stili vocali sperimentati dai loro cantanti, rimangono per me una fonte inesauribile di ispirazione a cui torno continuamente.

Sono stato anche fortemente influenzato da band hard rock come Deep Purple, Rainbow (nell’era Dio), Black Sabbath e Led Zeppelin. In particolare, sono sempre rimasto colpito dalla perizia tecnica, dal virtuosismo e dalle influenze classiche evidenti nei primi lavori di Deep Purple e Rainbow, che continuano a ispirarmi tutt’oggi.

Anche gruppi più moderni come i Radiohead sono estremamente impressionanti, non solo per la qualità della loro musica, ma per la costante volontà di esplorare nuove frontiere sonore e per lo stile vocale di Thom Yorke, elegante e naturale.

4. Se potessi organizzare una cena con tre personaggi della storia o della storia della musica, chi inviteresti e di cosa parlereste?

Seneca, Freddie Mercury e Mozart (con Socrate e Napoleone ad attendere nella hall!), davanti a qualche pinta di Guinness! Ci sarebbe da divertirsi da matti! Io me ne starei zitto con le orecchie spalancate ad ascoltare i grandi maestri che si scambiano le loro opinioni. Con la speranza che ci sia un pianoforte a portata di mano così che i due ragazzi possano suonare e scambiarsi idee. Oh, cosa non darei per essere una mosca sul muro in quel momento!

5. C’è un genere musicale del tutto diverso dal tuo che ami ascoltare quando vuoi semplicemente rilassarti?

Ascolto molta musica classica, poiché è un toccasana per l’anima e una fonte costante di ispirazione musicale. Per un musicista è davvero rinvigorente trovarsi a contatto con i maestri del passato. I miei due preferiti sono Vivaldi (un italiano!) e Mozart — due geni incredibili che hanno arricchito il mondo con le loro melodie.

Processo creativo e scrittura

1. Quando un nuovo brano inizia a prendere forma, nasce di solito da un’idea per il testo, da una progressione di accordi o da un’immagine visiva?

Per me inizia sempre dalla musica. Quando ho la fortuna di imbattermi in un’idea o in un frammento musicale, ci lavoro sopra per capire in quale direzione voglia andare. Una volta che inizia a strutturarsi nell’ossatura di una canzone, comincio a lavorare sulla melodia vocale e, solo quando sento che questa arricchisce la musica, inizio a dedicarmi al testo.

Spesso attingo a temi lirici e idee che ho annotato in precedenza per un eventuale uso futuro, per verificare se qualcuno di essi si adatti all’atmosfera del pezzo. Altre volte, le parole fluiscono naturalmente non appena inizio a cantare, e mi limito a modellarle e rifinarle nel tempo. L’aspetto fondamentale è che tutto si incastri alla perfezione e risulti armonioso.

Per me è anche estremamente importante che il testo abbia qualcosa da dire e che non si tratti di parole inserite a forza solo per adattarsi alla melodia. A volte posso aspettare persino degli anni prima che arrivi il testo giusto per un’idea musicale!

2. “Splitting The Ash” è stata ispirata da un’esperienza fisica immediata, mentre altri brani nascono da lunghe riflessioni filosofiche. Preferisci la scrittura spontanea o un processo di gestazione più lento?

A essere sinceri, anche per “Splitting The Ash” c’è stata una gestazione piuttosto lenta, dato che mi ci sono voluti due anni per trovare un testo e un tema che mi soddisfacessero appieno! In quel periodo stavo leggendo Schopenhauer, che è stato un grande sostenitore dei benefici calmi e rigeneranti del tempo trascorso nella natura; anche Seneca ha scritto le stesse cose duemila anni prima di lui. Quindi quel tema era ben presente nella mia mente e stava maturando proprio mentre le parole mi sono venute incontro in quella fredda mattina di gennaio!

3. C’è un brano nel tuo repertorio che si è rivelato particolarmente difficile da completare — una sorta di rompicapo compositivo?

C’è una canzone intitolata “Living In The Underground” che mi è girata in testa per molti anni. Anche in quel caso, pur essendo soddisfatto della musica, non riuscivo a trovare il testo adatto. È stato un enorme sollievo quando un giorno le parole sono arrivate praticamente in un unico blocco, permettendomi di registrarla pochissimo tempo dopo!

Altri brani che ho trovato complessi da incidere sono stati “The Endless Caravan” e “Your Joy”. La collaborazione con Brendan Carthy ha fatto tutta la differenza del mondo per riuscire a catturare quelle canzoni in un modo che rendesse loro piena giustizia.

4. Vieni spesso descritto come un cantastorie. Qual è la chiave per far sì che un racconto personale riesca a risuonare con ascoltatori che vivono dall’altra parte del mondo?

La chiave sta nel non scrivere testi forzati o costruiti solo per adattarsi al brano. Devi sapere cosa vuoi dire, qual è il tema, chi è il personaggio che canta e cosa desidera comunicare; a quel punto gli ascoltatori potrano immedesimarsi nell’autenticità della storia che racconti.

Le persone sono molto attente e si accorgono subito quando una parola viene incastrata a forza solo per far rimare un verso. Abbi qualcosa da dire e dillo in modo autentico per tutta la durata della canzone.

5. Ti capita mai di mettere da parte delle canzoni perché non si adattano più alla tua attuale direzione artistica, o cerchi sempre di portare ogni idea a compimento?

No, non lo faccio mai, perché mi piace pensare che la mia musica scorra in molte direzioni diverse. Metto da parte un brano solo se ritengo che la musica non fluisca in modo coeso (il che significa che ha bisogno di ulteriore lavoro) o se il testo non ha qualcosa di significativo da comunicare. Posso accantonare una canzone come “Splitting The Ash” finché non trovo un testo che abbia un senso e trasmetta un messaggio, ma una volta che musica e parole trovano il loro incastro, non le metto mai da parte.

Performance dal vivo e presenza sul palco

1. La tua musica presenta complessi intrecci di chitarra e una produzione curata nei minimi dettagli. Come riesci a tradurre questa ricchezza sonora in una performance dal vivo in solitaria?

Beh, può essere una bella sfida, dato che mi esibisco da solo e quindi c’è una sola chitarra a parlare, contro le molteplici tracce presenti su un disco. Ciò detto, questa dimensione lascia molto più spazio alla voce e alle parole per respirare e spesso gli ascoltatori riescono a cogliere sfumature inedite di un brano che prima venivano celate da una struttura di registrazione più complessa. A volte, quando si toglie qualcosa, in realtà si guadagna. Credo che il pubblico apprezzi molto questa impostazione live più essenziale, poiché risulta autentica e permette alle canzoni di prendere respiro.

2. “Splitting The Ash” possiede una carica energetica travolgente che sembra cucita su misura per il palco. Quanto conta per te la reazione fisica ed emotiva degli spettatori durante uno show?

La risposta emotiva è qualcosa di fondamentale per me. Creare una connessione intima con chi ascolta è ciò a cui punto di più quando suono dal vivo. Esibirsi da soli mette in una posizione di vulnerabilità e sento che il pubblico reagisce molto bene a questo fattore, mettendosi in sintonia con te per sostenere l’esibizione. Una produzione imponente con una band intera permette al pubblico di staccare la spina, mentre un’esibizione solista richiede un coinvolgimento molto più attivo. Raggiungere quella risonanza e quell’empatia con la gente è un’esperienza meravigliosa che custodisco con enorme cura.

3. C’è un luogo specifico o un festival nel mondo dove sogni di suonare la tua musica nel prossimo futuro?

L’Arena di Verona non sarebbe affatto male! Non so se sia davvero fattibile per me, ma è un luogo straordinario, intriso di storia, ricordi, melodie e cultura.

4. Qual è la dimensione ideale per un tuo concerto: un club acustico e intimo o la potenza del palco di un grande festival all’aperto?

Senza dubbio un club acustico e intimo; la possibilità di stabilire un contatto emotivo con il pubblico è nettamente superiore in quel contesto. Vorrei davvero che ci fossero più spazi di questo tipo in giro, purtroppo molti hanno chiuso i battenti.

I festival possono rivelarsi una sfida, dato che la maggior parte delle persone non conosce la tua musica e molti sono distratti da ciò che accade intorno; a volte hai la sensazione che in pochi ti stiano ascoltando davvero, il che vanifica un po’ il senso dell’esibizione. Immagino comunque che gli artisti più affermati e famosi non abbiano questo tipo di problema!

5. Hai mai valutato l’idea di pianificare delle date o degli showcase speciali in Italia per presentare la tua musica dal vivo al pubblico italiano?

Sarebbe un vero e proprio sogno che si realizza, mi piacerebbe tantissimo. Trovare il booking agent giusto in Italia però non è affatto semplice!

L’industria musicale e l’identità artistica

1. In un’epoca in cui la musica corre velocissima tra social media e piattaforme di streaming, come riesci a preservare l’autenticità e la profondità artistica?

A essere sinceri, lo trovo un aspetto molto complesso. In generale, per promuovere adeguatamente la propria musica presso un pubblico, è necessario essere attivi sui social media con cadenza quasi quotidiana. Inoltre, devi metterti costantemente in mostra e spingere la tua immagine, un atteggiamento che non si adatta affatto al mio modo di essere. A dire il vero, è qualcosa che detesto.

Consapevole che la mia scarsa presenza sui social possa limitare la portata della mia musica, preferisco mantenere la mia autenticità e rivolgermi a un pubblico che la apprezzi davvero, piuttosto che infilarmi nel vortice dei social media e perdere tempo prezioso.

Ciò detto, di recente ho scoperto TikTok e mi piace caricare video su quella piattaforma: ci si può divertire con la presentazione della musica senza doversi mettere a gridare per farsi notare!

2. La critica definisce spesso la tua musica come “cinematografica”. Hai mai pensato di comporre una colonna sonora originale per un film o un documentario?

Sì, ho diversi brani strumentali con elementi orchestrali che penso funzionerebbero benissimo nei film. Spero che un giorno si presenti l’opportunità giusta per inserire le mie composizioni in un progetto cinematografico!

3. I giornalisti musicali sottolineano di frequente la tua capacità di creare una musica d’autore colta, contemporanea ma al tempo stesso accessibile. Senti la responsabilità di portare avanti questo stile di scrittura?

Nemmeno un po’. Non avverto la minima pressione; se una canzone non mi sembra autentica, semplicemente non la pubblico! Non lavoro seguendo scadenze di uscita o cose del genere, quindi non c’è alcuna ansia su di me, e pubblico solo brani di cui vado orgoglioso. Di conseguenza, non credo che il livello delle mie canzoni sia calato nel corso degli anni e sento che il mio fuoco creativo brucia più forte che mai.

4. Che consiglio daresti a un giovane chitarrista che cerca di sviluppare una propria voce senza cadere nella trappola di suonare troppe note?

Mettiti al servizio della musica, asseconda il brano e cerca di valorizzare la canzone piuttosto che mettere in mostra i tuoi trucchi e le tue abilità: dagli anni Ottanta in poi non c’è più un pubblico per quel genere di cose! Non sono le Olimpiadi della chitarra; si tratta di sostenere la musica e, se ti viene concesso uno spazio per un assolo, di esprimere ciò che hai dentro.

5. In un panorama musicale dominato da formule prefabbricate, cosa significa per te essere un artista indipendente oggi?

Significa tutto. Amo la libertà di cui godo nell’esplorare e pubblicare musica che rappresenti le mie emozioni e i miei ideali, insieme alla possibilità di trovare nuovi ascoltatori in tutto il mondo. Amo anche il fatto che, come artista indipendente, non debba sottostare ad alcun calendario o formula prestabilita e possa seguire il mio istinto creativo ovunque mi porti. Che importa se non raggiungo il successo commerciale? La gioia sta nel fare musica, non nel risultato.

Prospettive future e riflessioni finali

1. Dopo l’uscita di “Forged Inside A Dying Star” e la carica di “Splitting The Ash”, gli ascoltatori possono aspettarsi presto un album completo che raccolga questi singoli?

Sì, il prossimo anno pubblicherò un album di inediti, un progetto che mi entusiasma moltissimo. Spero anche di intraprendere un tour internazionale a supporto dell’uscita, quindi vi invito a tenere d’occhio le date dei miei concerti! Suonare in Italia sarebbe davvero fantastico se si presentasse l’occasione!

2. C’è un tema filosofico, storico o umano che non hai ancora esplorato nei tuoi testi e che vorresti affrontare nei prossimi lavori?

Sì, ce ne sono molti. In particolare, mi piacerebbe esplorare il concetto di dignità nel fallimento. Fallire significa semplicemente che ci si è messi in gioco tentato qualcosa con sincerità, e io applaudo chiunque segua il proprio istinto per cercare di riuscire. Come dico sempre, il risultato finale è irrilevante; chiunque ci provi con sincerità dovrebbe sentirsi orgoglioso di se stesso, secondo me. Assecondare e dare voce ai propri talenti, quali che siano, è l’unica vera strada verso la realizzazione personale.

3. Se dovessi riassumere l’essenza profonda di “Splitting The Ash” in sole tre parole, quali sceglieresti?

La resilienza rigenera.

4. Quali sono le tue speranze per il futuro, sia come musicista sia come persona, nel proseguire questo cammino artistico?

Spero soltanto che nuove persone continuino a scoprire e ad apprezzare la mia musica. Esibirmi dal vivo davanti a un pubblico più ampio che entri in sintonia con le mie canzoni sarebbe altrettanto meraviglioso.

5. Per concludere, qual è il messaggio principale che speri il pubblico italiano colga dall’ascolto di “Splitting The Ash”?

Spero che si sentano ispirati a riconnettersi con la natura — qualunque essa sia. Non esistono stagioni sbagliate; ogni periodo dell’anno porta con sé ispirazione (compreso l’inverno). Tornate a immergervi nella natura e rigenerate la vostra anima! Grazie!

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