Stefano Del Rosso è un cantautore che ha scelto la strada della coerenza artistica e dell’ascolto profondo della realtà, mettendo al centro della propria musica la parola, il significato e l’esperienza umana. Nato a Faenza nel 1983 e residente a Firenze, si avvicina alla scrittura già all’età di quattordici anni, sviluppando nel tempo un percorso personale come polistrumentista autodidatta e come interprete del repertorio cantautorale italiano all’interno di diverse formazioni locali.
Il suo esordio discografico arriva nel 2016 con l’albumDicono, un lavoro composto da otto brani che affrontano il tema della ricerca della verità e della scoperta di sé. Un disco intimo e riflessivo, arrangiato da Marco Natali, che vede anche la collaborazione di Guido Guglielminetti, storico bassista e produttore di Francesco De Gregori, nel brano Foglie nel vento.
La qualità della sua scrittura viene riconosciuta nel 2017 a Bologna, dove vince il Premio Cantautore al Premio Lucio Dalla con il branoI poeti, dedicato alla figura di Dino Campana. Negli anni successivi Del Rosso consolida la propria attività live, portando le sue canzoni in contesti diversi e significativi, tra cui il Teatro degli Animosi di Marradi, costruendo un rapporto diretto e sincero con il pubblico.
Nel 2025 pubblica il suo secondo album,Tempi moderni, un lavoro di nove canzoni che indaga il rapporto tra il mondo esteriore e la dimensione interiore dell’uomo contemporaneo, osservando le contraddizioni, le fragilità e le domande aperte del nostro tempo. Nello stesso anno esce il singolo I valori del lupo bianco, ispirato al libro di Lanfranco Mancini sulla vicenda umana e imprenditoriale di Claudio Cardini: un brano che racconta il valore della determinazione, della visione e della fedeltà ai propri ideali, trasformando una storia reale in una riflessione musicale mai retorica.
Accanto a questo sguardo sul presente e sulla dimensione sociale, Del Rosso continua a coltivare una scrittura attenta all’intimità dei sentimenti. Ne è un esempioParla piano, canzone d’amore contenuta in Dicono, che parla del piccolo mondo privato in cui si muovono le persone che si amano, fatto di parole sussurrate e attenzioni silenziose, da proteggere da un mondo esterno spesso rumoroso e distratto. Il 31 dicembre, a distanza di anni dall’uscita del brano, l’artista ha scelto di pubblicarne il videoclip, riportando l’attenzione su una canzone che invita a lasciarsi andare nonostante le paure, perché “l’amore ha le sue leggi e le sue destinazioni”.
Tra introspezione, osservazione della realtà e attenzione alle storie autentiche, Stefano Del Rosso continua a costruire un percorso artistico riconoscibile, in cui la musica diventa strumento di racconto, memoria e ricerca.
Hai iniziato a scrivere canzoni molto presto: cosa ti ha spinto, a quattordici anni, ad avvicinarti alla scrittura e alla musica in modo così personale?
Ero molto affascinato dalla figura dei cantautori italiani degli anni Settanta, da Dalla a Battisti, De Gregori, De André, Bennato e altri. Suonavo già da qualche anno la tastiera da autodidatta e la chitarra quanto bastava per accompagnarmi nelle canzoni. Qualche anno dopo un amico mi regalò una biografia di Bob Dylan e lì cambiò tutto: quella storia e quelle canzoni mi colpirono profondamente e mi spinsero a scrivere le mie. Scrivere canzoni è sempre stato, e continua a essere, un modo per dire cose che altrimenti non riuscirei a dire.
Nel 2026 il “cantautorato” che faccio io è diventato quasi un atto di resistenza musicale.
Dicono è un album fortemente legato al tema della ricerca della verità e di sé stessi: quanto senti che quelle domande siano ancora presenti oggi nel tuo percorso artistico?
Sono sempre presenti. Quello è il mio chiodo fisso, il mio “problema fondamentale”. Le canzoni del primo album erano nate dopo l’incontro con le idee di Gurdjieff sulla conoscenza di sé, ed è un tema che mi accompagna ancora oggi. Credo che idee di questo genere siano fondamentali anche per riuscire a capire meglio gli altri e il mondo che ci circonda.
Parla piano racconta un amore intimo, quasi protetto dal mondo esterno: cosa ti ha portato a pubblicare il videoclip proprio ora, a distanza di anni dall’uscita del brano?
Dopo l’uscita del primo album molte persone mi dissero che questa canzone era piaciuta particolarmente, ma allora non avevo idee per realizzarne un videoclip. Ora mi sembrava il momento giusto e, visto anche il periodo storico che stiamo vivendo, penso che un po’ di dolcezza non guasti.
Nel nuovo album Tempi moderni affronti il rapporto tra interiorità e realtà contemporanea: come è cambiato il tuo modo di osservare il mondo rispetto agli esordi?
Prima pensavo di aver capito molto, ora invece mi rendo conto di aver capito molto poco. Col tempo si perde in arroganza e si guadagna in umiltà, se si è fortunati.
Guardando al tuo percorso tra dischi, premi e concerti, cosa senti di aver imparato dal rapporto diretto con il pubblico durante l’attività live?
Ho imparato che non ti devi nascondere e che il concerto è un momento di condivisione molto importante. Se non ti fidi degli altri, gli altri non possono fidarsi di te, e così non si crea quella connessione fondamentale che deve esserci nei concerti. Non è sempre facile e, almeno per me, c’è sempre qualcosa da imparare.
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